lunedì 27 ottobre 2008

Frammenti di cultura jazz (1)


Fa parte della nostra vocazione, lo dicono gli statuti... quindi io ci provo. Non so se ne avete voglia ma ho scoperto che su Youtube si può vedere tutto intero (diviso in 9 puntate da 10 min l'una) il primo film sonoro della storia del cinema. Un film guarda caso dedicato al jazz, anche se oggi risulta evidente come l'accezione del termine sia mutata.
"Il Cantante di Jazz" è Al Jolson, un bianco che si tinge il viso di nero e indossa un parrucchino riccioluto per mimetizzarsi come si usava nel vaudeville del primo '900 americano. Il film è infatti del 1927.
Qui trovate una scheda ma non è fatta molto bene, secondo me. Manca il punto essenziale: il personaggio principale del film è un ragazzo ebreo che si innamora del jazz e vive un fortissimo conflitto con la cultura della sua razza per dedicarsi a questa musica. Vi inviterei a vederlo perché è una bella testimonianza di come sia cambiata la nozione di cosa è jazz nel corso degli anni. A me sembra che non ci sia proprio niente di jazzistico, a parte forse l'esecuzione di "Blue skies"in cui Jolson rotea gli occhi, gigioneggia sulla tastiera e fa un po' il pagliaccio imitando, penso, lo stile di Fats Waller. Varrebbe la pena di chiedersi cosa rendesse veramente jazz l'esecuzione di Jolson, e cosa la distinguesse dalla musica pop. La menzione di jazz aveva evidentemente una connotazione "nera", graffiante, dinamica. Ma chi riesce a sentirla lì dentro?
Associo questa riflessioni ad alcune annotazioni trovate nell'autobiografia (noiosissima) di Count Basie "God Morning Blues". Basie agli inizi di carriera (1924 o giù di lì) non sapeva di suonare jazz, o perlomeno non gliene importava molto. Lui credeva di suonare ragtime. La stessa cosa mi raccontava tempo fa Al Viola, un chitarrista che aveva iniziato a suonare nello stesso periodo.
Sarebbe interessanta cercare di definire come si è sviluppato il concetto di "cosa è il jazz" nel corso degli anni... agli albori del secondo millennio siamo ancora lì a gingillarci con la stessa domanda. Insomma siamo appassionati di una cosa che non si sa cosa sia. Non dà un certo disagio tutto ciò? Non suggerisce una crisi di identità? Molto meglio di noi stanno gli amanti del tradizionale: loro sanno cosa intendono quando dicono jazz. Ma noi "modernisti"?
Eccetera.

J.D.

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