Fra i molti episodi raccolti in questo splendido libro, ora ripubblicato in edizione rivista e ampliata, mi strappa sempre un sorriso la descrizione di un concerto del ’75, uno degli ultimi. La star in cartellone è il giovane Jarrett, che, dopo mezz’ora di meticoloso soundcheck, conquista il pubblico coi suoi virtuosismi. Monk arriva subito dopo; è un rudere dei tempi, poco più di una curiosità. Il tecnico del suono gli chiede dove voglia i microfoni e lui, quasi stupito, borbotta: “Sotto il piano, immagino…”. Poi inizia a suonare e spazza via tutto, seppellendo gli anni, i dubbi, e persino gli arabeschi di Jarrett sotto un’ovazione interminabile. A capire l’importanza di Monk Himself basta la commossa prefazione in cui Enrico Pieranunzi, pianista tutt’altro che monkiano, cita l’opinione del suo maestro, Bill Evans: “Thelonious s’accosta al piano come da un angolo, l’angolo giusto. È pianisticamente meraviglioso”. Ecco un aggettivo che s’attaglia all’opera di Monk più dell’abusato “misterioso” con cui troppo spesso si gioca richiamando il titolo d’una sua composizione. Davvero Thelonious è meraviglioso, d’una meraviglia che riempie di stupore e sgomento assieme. Mettono quasi paura le due pause in cui è racchiusa la sua carriera. Prima gli anni passati a comporre quella musica pervicacemente unica, che pochi capivano e ancor meno potevano ascoltare, impedito com’era a esibirsi nella sua New York dal ritiro della cabaret card e quasi confinato in un appartamento tanto minuscolo che il piano debordava in cucina, fra registrazioni brillantissime ed estenuanti attese di compensi. Poi gli anni della fine, trascorsi nel silenzio compatto, quasi solido, che accompagna una discesa lentissima verso il nulla.
In mezzo il fulgore sbalorditivo d’una musica perfetta, rifinita come una scultura, minerale, secondo la bella definizione di de Wilde. Un suono che nasce da un’originalissima tecnica ‘percussiva’, dal controllo superbo di equilibri e volumi, ma anche da una profondità di visione unica. Ne fanno fede le esperienze per big band o session geniali come quella sublime che riunì per Monk’s Music (1957) Hawkins, Gryce e Coltrane: “passato, presente e futuro del sassofono”.
Ladies and gentlemen: Thelonious Monk, the genius of modern music.Recensione di Teo Lorini, (apparsa in Pulp Libri, n.68)
La foto di Thelonious Monk con gli occhiali a specchio è di Herb Snitzer
(Grazie Teo!)