lunedì 9 febbraio 2009

Dite quello che volete: vi piaccia o non vi piaccia, abbiate capito o no tutto sul jazz, questo libro dovreste leggerlo. (Mi vergogno sempre a parlare di libri sul jazz: Maurizio Ruggeri una volta mi ha detto: «Tu leggi troppo e ascolti troppo poco». Ha ancora ragione...)

Forse Marsalis ha un che di messianico che non può risultare simpatico. La sua partecipazione ai documentari di Ken Burns, ad esempio, è stata molto criticata proprio per il protagonismo di W.M., quasi il «Vero Custode dell'Ortodossia Jazz».

Eppure il personaggio è affascinante, nel suo candore. Prima di tutto si confida in modo abbastanza sincero: spiega quanto fino ad un certo momento della sua vita non avesse capito niente della cultura nera (!). Spiega anzi come lui e molti altri giovani afromaericani negli anni '80 abbiano coscientemente ripudiato il blues perché era una musica da schiavi, mentre loro si sentivano invece liberi cittadini americani.

Da buon tradizionalista moderno, Marsalis chiede la rivalutazione dello swing («La nostra attuale mancanza di rispetto per lo swing può essere paragonata allo stato attuale della nostra democrazia (...) Perché il potere sia efficace è imprescindibile accortezza di mantenerlo unito e saperlo condividere con gli altri», pg. 47) e del blues («Ho imparato che il più grosso errore che può commettere un jazzista è allontanarsi dal blues», pg. 68). E nella sua semplicità è molto convincente. Ci spiega come dovrebbero suonare il contrabbasso e la batteria, che ruolo ha la chitarra nel jazz (bellissimo: «la chitarra ritmica è il più sacrificato degli strumenti, che accetta di fare meno di quel che potrebbe perché gli altri possano fare di più. La chitarra ritmica è di gran lunga lo strumento più sommesso, ma è anche il più centrale. Suona ogni beat come a ricordarci "Qui è casa tua"», pg 28).

Alla fine, il suo libro fornisce un agile manuale di comprensione del jazz utile per tutti coloro che «lo conoscono» ma «non lo capiscono». In effetti, d'ora in avanti sapremo rispondere a chiunque usi questa argomentazione: «Non capisci il jazz? Leggi Marsalis che te lo spiega».

Scherzi a parte, il libro è fatto molto bene e, simpatico e antipatico che possa essere il suo autore, merita attenzione.

Citazione conclusiva: «Quelli che scrivono di jazz, per complicati motivi tutti loro o perché le brutte notizie rendono più interessante la lettura, hanno sempre insistito sui lati peggiori della vita dei musicisti. I musicisti ci marciavano sopra e amavano apparire come duri oltremisura. Qualcuno lo era veramente, ma solo qualcuno. Gli scrittori hanno fatto un lavoro in larga scala per mistificare la vita dei negri creando e perpetuando degli stereotipi» (pg. 75). Non è Amiri Baraka. È Wynton Marsalis...

J.D.

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