domenica 19 luglio 2009

I 75 anni di Downbeat

Non so a quanti interessi, tanto più che è una rivista in inglese. Downbeat è però un elemento importante della storia del jazz, in particolare per ciò che riguarda la commercializzazione e la promozione del jazz. I fans hanno bisogno di «fanzines», si sa... e le case discografiche hanno bisogno di fans.

Nel numero di luglio i redattori hanno deciso di proporre un excursus sulla storia della rivista, che è in qualche modo anche la storia del jazz. Ho pensato di proporvi alcuni passaggi che mi sembrano interessanti e che riguardano il tema del rapporto del jazz con il suo pubblico. Nato come musica da ballo il jazz si è progressivamente «intellettualizzato» e gli aticoli scelti per questo numero del 75mo sembrano proprio ripercorrere la storia di questa evoluzione.

1935: La Big Band di Bennny Goodman suona a Chicago e in una sala che conterrebbe 550 persone se ne ammucchiano 800. Succede una cosa strana: quella sera chi si mette a ballare viene fischiato dal pubblico. I giornalisti di Db dicono "abbiamo assistito al primo concerto jazz della storia".

1937: Jimmy Dorsey nel suo modo di dirigere l'orchestra e di costruire il repertorio cerca di conciliare i gusti degli appassionati e dei "clienti" («Pleasing the cats and the Customers»). D'altra parte nota che «Contrast, expression and interesting harmonies have been overlooked too long by dance bands»...

1938: in piena era swing Bunny Berigan afferma che una band swing non può trattenersi dal suonare forte perché la potenza dello stile stesso prende il comando dell'orchestra. «Suoniamo per gli ascoltatori, nelle sala e per chi ascolta alla radio, e suoniamo per chi balla. Vogliamo che chi balla si diverta ascoltandoci e che chi ascolta percepisca i nostri ritmi».

1939: Billie Holiday si lamenta per il trattamento che le riserva la dance band di Artie Shaw, che la fa cantare solo due pezzi a serata. Non vuole più cantare per le dance bands. Preferisce esibirsi come se fosse uno strumentista e dare ogni volta una nuova versione dei pezzi.

1948: In piena era bop Mike Levin trascrive una discussione tra Louis Armstrong e Barney Bigard sul ruolo della tradizione e sulle pretese di innovazione di chi suona il nuovo jazz. Bigard dice che bisogna andare avanti e trovare nuove strade espressive, Armstrong invece dice che si sta correndo troppo e tutti cercano di andare avanti dimenticando la tradizione. «All them cats playing them weird chords. And what happens? No one's working».
La conclusione di Arstrong è molto dura e amara: tutti quei ragazzi che arrivano con il loro strumento sottobraccio e dicono "prima mi paghi e poi io suono" sono fuori strada. Per imparare a suonare bene uno strumento devi sapere suonare anche le cose piacevoli. A me sembra che questi vogliano prima guadagnare i soldi e poi imparare a suonare. Vogliono solo esibirsi e per questo cercano di essere diversi. «So you get all them weird chords, which don't mean nothing, and first people get curious about it just because it's new, but soon they get tired of it because it's really no good and you got no melody and nothing to remember and no beat to dance to. So they're all poor again and nobody is working, and hat what modern malice done for you».

1950: Stan Kenton ammette di aver volontariamente deciso, insieme ai membri della sua orchestra, di non voler far ballare la gente. Vogliono suonare la musica che amano e non piegarsi ai desideri di chi vuol ballare. Certo gli impresari vendono i loro concerti come se lo stile di Kenton fosse musica da ballo, ma si sa che gli impresari non vogliono rischiare soldi e preferiscono andare sul sicuro. Per questo, dice Kenton, ultimamente si trovano in giro gruppi che suonano la musica nello stile di Glenn Miller. Se Miller ci fosse ancora non suonerebbe più così... «There is no such things such "safe thing" in the music business» è la sua conclusione.

1953: Parole profetiche di Charlie Parker: «Tra 50 o 75 anni il contributo del jazz odierno sarà preso altrettanto seriamente della musica classica».

1955: Count Basie annota che ci sono due tipi di persone nel pubblico, quelli che ballano e quelli che ascoltano. I secondi sono quelli che vanno tenuti d'occhio di più perché danno il termometro della situazione. Nota che in fondo il fenomeno R'n'B non ha in fondo tolto troppi ascoltatori allo swing. L'importante è che nella musica ci sia una componente di blues, che sembra essere quella maggiormente apprezzata.

1958: Splendore monkiano (la sua non-intervista sarebbe obbligatoria per ogni vero appassionato): «La mia musica non è un commento sociale sulla discriminazione o la povertà o qualcosa del genere. Avrei scritto allo stesso modo anche se non fossi stato un nero».

1961 Cecil Taylor: «So che a volte spaventiamo la gente. (...) La musica non deve solo soddisfare. E' anche lavoro. Se ti intimidisce, va bene lo stesso».

Curiosità finale come chicca: nella registrazione del 1939 di Moon Indigo, ellington e soci hanno grossi problemi con il ronzioo di un microfono in sala prove. Decidono di modificare la tonalità fino del pezzo fino ad integrare il ronzio e farlo diventare la quarta nota dell'accordo... Sarebbe curioso trovare l'incisione...

J. D.

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