lunedì 8 febbraio 2010

Cosa ci aspettiamo da un festival jazz?

Bei tempi: un'annotazione di Carlo Piccardi (pubblicata sul 64mo Quaderno dell'Associazione Carlo Cattaneo, Il Ticino e la guerra, pp.166-67) ci ricorda che il jazz, negli anni 40 era un «contrassegno di modernità» nelle trasmissioni radiofoniche svizzere. Al punto che, nel 1942, per non perturbare le menti della popolazione, l'Unione dei contadini chiese che il jazz venisse trasmesso dalla radio «solo dopo le nove di sera, quando i contadini erano a letto». Bei tempi. A quell'epoca era ben chiaro cosa fosse il jazz, cioè tutto quanto non era «la buona, domestica musica da ballo paesana».

Cosa succede oggi? Scorriamo il programma del Festival jazz di Cully, che sta avendo luogo in questi giorni sulle rive del Lemano. Femi Kuti, Imperial Tiger Orchestra, Manu Katché, Angelique Kidjo, Anouar Brahem contendono il palco a Hank Jones, Viay Iyer, Yaron Herman, Marc Ribot, Charlie Haden. L'appassionato di jazz, storcerà il naso. Si rifugerà dietro le etichette e gli stili, per difendersi da un senso di estraneità. Eppure, una notizia recente ci aiuta a dipanare la matassa: il Grammy Award attribuito all'ultimo album di Joe Zawinul, un disco ticinese, possiamo dire, perché prodotto dalla Rsi e registrato a Estival, nel 2007.

Zawinul era un jazzista? Senza alcun dubbio. Uno dei migliori. E allora bisogna che gli appassionati si rassegnino ad allargare le maglie delle loro classificazioni. Perché è stato proprio lui ad aprire la strada alla contaminazione etnica nel jazz. Confermando la regola espressa più sopra, secondo la quale (allargati i confini naturalmente al «grande paese» mediatico in cui siamo immersi) jazz è tutto quanto non sia «buona, domestica musica da ballo paesana». Alla luce di queste riflessioni vanno riviste secondo noi certezze e incertezze: chi dice ad esempio che l'ultimo jazz festival di Chiasso assomigliasse troppo a una Festate «indoor» deve forse imparare a considerare Festate una rassegna jazz.

J. D.

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